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ABSTRACT: La riflessione sul bilanciamento tra il diritto alla privacy del beneficiario di una polizza sulla vita e il diritto di accesso dell’erede secondo il Regolamento (UE) n. 2016/679 al vaglio della giurisprudenza di merito e legittimità.

 

Le assicurazioni sulla vita nel diritto italiano

Con un’assicurazione sulla vita è possibile garantire al beneficiario un capitale o una rendita al verificarsi di un evento – solitamente la morte – legato alla vita, dietro il pagamento di un premio alla compagnia assicurativa. Le parti possono individuare contrattualmente anche altri eventi, come una malattia grave o terminale, idonei a far sorgere il diritto del beneficiario ad ottenere il pagamento.

L’articolo 1920 del Codice Civile prevede la possibilità di stipulare polizze di assicurazione sulla vita anche in favore di un terzo. La designazione del beneficiario può essere fatta nel contratto o con una successiva dichiarazione scritta all’assicuratore, oppure per testamento. Per effetto della designazione, il beneficiario acquisisce i diritti derivanti dalla polizza assicurativa.

Assicurazione sulla vita e successione ereditaria

Le somme dovute dalla compagnia assicurativa al beneficiario in caso di morte dell’assicurato non ricadono nella successione e non rientrano nell’asse ereditario di quest’ultimo. Il diritto al pagamento della somma è infatti un diritto proprio del beneficiario, derivante esclusivamente dal contratto di assicurazione, e non implica alcuna partecipazione del beneficiario all’eredità.

Alla morte dell’assicurato, i suoi eredi non possono rivendicare alcun diritto sulla somma assicurata, a meno che non siano stati essi stessi designati come beneficiari. In tale ipotesi, tuttavia, l’erede-beneficiario acquisisce un diritto del tutto indipendente dai propri diritti successori sul patrimonio del defunto.

Per questo motivo, in alcuni casi, le polizze vita possono essere utilizzate come strumento di pianificazione della successione che consenta all’assicurato di assegnare in via alternativa e riservata capitali a determinate persone dopo la propria morte.

È comunque da tenere in conto che sebbene la regola generale sia quella della non inclusione dell’assicurazione sulla vita nell’asse ereditario, la giurisprudenza ha stabilito alcune condizioni in presenza delle quali l’erede potrebbe legittimamente impugnare la polizza vita.

Secondo la Corte di Cassazione, infatti, un’assicurazione sulla vita a favore di terzi è un contratto che si adatta a diversi scopi pratici, ad esempio a scopo di garanzia, previdenza o liberalità. In particolare, quando il beneficiario è una persona che non ha diritto a ricevere sostegno economico dal contraente, si deve ritenere che lo scopo della polizza assicurativa sia quello di liberalità[1]. Nelle polizze vita la designazione come beneficiario di una persona che non vanti verso lo stipulante alcun diritto di mantenimento si considera una liberalità e, pertanto, costituisce una donazione indiretta[2], salvo prova contraria. Di conseguenza, i premi delle polizze vita pagati dall’assicurato sono considerati donazioni effettuate in favore dei futuri beneficiari e devono pertanto essere inclusi nell’eredità[3].

Il bilanciamento tra la privacy del beneficiario e i diritti dell’erede

Per agire ai fini della reintegrazione della quota di legittima, l’erede legittimario necessita di conoscere il nome del beneficiario della polizza di assicurazione sulla vita. Tuttavia, tale necessità dell’erede potrebbe entrare in conflitto con il diritto alla protezione dei dati personali del beneficiario.

Secondo la Corte di Cassazione e il Garante della Privacy, gli eredi hanno un generale diritto di accesso ai dati relativi alla sfera personale della persona deceduta. Tuttavia, tale diritto non si estende fino a permettere loro di accedere ai dati con cui potrebbero essere identificati soggetti terzi, quali i beneficiari di un’assicurazione sulla vita[4].

La Corte di Cassazione, da un lato, ha riconosciuto il diritto dei legittimari di impugnare la polizza assicurativa lesiva della quota di legittima, dall’altro ha ritenuto prevalente il diritto alla privacy del beneficiario rispetto al diritto degli eredi di accedere ai dati della polizza.

In questo contesto, una sentenza del 27 febbraio 2020 rappresenta un cambio di rotta rispetti al tradizionale orientamento della giurisprudenza. In tale occasione il tribunale di Treviso ha affrontato la questione del bilanciamento tra il diritto alla privacy del beneficiario e il diritto di accesso dell’erede secondo il Regolamento (UE) n. 2016/679 (“Regolamento generale sulla protezione dei dati” o “GDPR”).

Il Tribunale ha affermato che il diritto dell’erede legittimario di accedere ai dati relativi all’assicurazione sulla vita ai fini della reintegrazione della quota di legittima rientra nell’ambito della tutela accordata dall’articolo 6, paragrafo 1, lettera f), del GDPR. Secondo quanto previsto da tale norma, il trattamento dei dati è lecito se necessario per la tutela degli interessi legittimi perseguiti dal responsabile del trattamento o da un terzo.

Ai sensi dell’articolo 9, paragrafo 2, lettera f), del GDPR, inoltre, il trattamento di categorie speciali di dati personali è considerato lecito ove sia necessario ad accertare, esercitare o difendere un diritto in sede giudiziaria.

Pertanto, in conformità con le suddette disposizioni del GDPR, il Tribunale di Treviso ha riconosciuto la prevalenza del diritto di difesa sul diritto alla privacy, riconoscendo il diritto dell’erede di accedere all’identità del beneficiario di un’assicurazione sulla vita.

L’orientamento giurisprudenziale più recente

Con sentenza n. 39531 del 13 dicembre 2021, la Corte di Cassazione ha affrontato un analogo caso di bilanciamento tra privacy e diritti degli eredi. Nella vicenda affrontata dalla Corte, la moglie del titolare di un fondo pensionistico sosteneva che il proprio defunto marito aveva sostituito i beneficiari originari (ovvero moglie e figlia) con altri soggetti. Di conseguenza la ricorrente chiedeva di accedere ai dati dei soggetti terzi che risultavano i nuovi beneficiari del fondo invocando l’esigenza di difendere in giudizio i propri diritti ereditari.

La Corte di Cassazione ha anzitutto assimilato gli strumenti finanziari riconducibili alla categoria dei ‘fondi pensione’ alle assicurazioni sulla vita. Secondo la Corte, infatti, entrambi gli strumenti hanno la medesima causa e finalità di natura previdenziale in ragione dell’analogo meccanismo di accumulo e di successiva erogazione della provvista (e, dunque, anche di pianificazione della successione).

La Corte ha poi rilevato che secondo l’articolo 24 del D.lgs. 196/2003 (Codice della Privacy) non occorre il consenso dell’interessato allorché il trattamento dei dati sia necessario per far valere o difendere un diritto in giudizio. In altre parole, l’interesse alla riservatezza dei dati personali deve cedere di fronte ad altri interessi giuridicamente rilevanti e configurati dall’ordinamento come prevalenti, fra i quali, appunto, l’interesse all’esercizio del diritto di difesa in giudizio.

Secondo la Corte, inoltre, il diritto alla difesa giudiziaria non può essere interpretato in senso restrittivo, e cioè riconosciuto al solo titolare dei dati soggetti a trattamento. Dunque, anche soggetti terzi possono accedere ai dati personali purché siano portatori di un interesse tutelabile in sede giudiziaria e per la cui realizzazione sia indispensabile conoscere i dati personali richiesti.

La Corte ha altresì chiarito che non è necessaria l’attuale pendenza di un processo né l’accertamento dell’effettiva qualità di erede in capo all’istante: ciò che il giudice deve limitarsi a verificare è che non si tratti di una richiesta del tutto pretestuosa.

Sulla scorta di tali principi la Corte di Cassazione ha statuito che la disclosure dei dati del beneficiario di un fondo pensione è legittima qualora il richiedente alleghi l’interesse concreto e non pretestuoso ad intraprendere un giudizio nei confronti del beneficiario, come qualora la richiesta provenga dal legittimario del de cuius.

La giurisprudenza più recente appare dunque orientata a riconoscere la preminenza del diritto del legittimario alla difesa giudiziale della propria quota di legittima rispetto al diritto alla riservatezza degli eventuali terzi beneficiari.

Conclusioni: aspetti transfrontalieri

La giurisprudenza esaminata potrebbe avere rilievo sulle polizze di assicurazione sulla vita e sugli altri strumenti di pianificazione della successione anche sotto il profilo della legge applicabile.

L’articolo 46 della legge 218/1995 sul diritto internazionale privato prevede infatti che la successione per causa di morte è regolata dalla legge nazionale del de cuius, al momento della morte, salvo che lo stesso non abbia scelto di sottoporre la propria intera successione alla legge dello Stato in cui risiede. Tuttavia, in caso di successione di un cittadino italiano “la scelta non pregiudica i diritti che la legge italiana attribuisce ai legittimari residenti in Italia al momento della morte della persona della cui successione si tratta”.

A livello comunitario, secondo l’articolo 22 del Regolamento (UE) n. 650/2012, “una persona può scegliere come legge che regola la sua intera successione la legge dello Stato di cui ha la cittadinanza al momento della scelta o al momento della morte”.

Tale legge andrà a disciplinare altresì:

(i) la determinazione dei beneficiari, delle loro rispettive quote nonché degli altri diritti successori;

(ii) la parte disponibile dell’eredità, le quote di legittima ed altre restrizioni alla facoltà di disporre dei beni, come pure le pretese che le persone vicine al defunto potrebbero vantare sull’eredità o nei confronti degli eredi; e

(iii) l’eventuale obbligo di restituire o conteggiare le donazioni, gli anticipi o i lasciti nella determinazione delle quote dei diversi beneficiari.

Pertanto, la scelta della legge italiana come legge regolatrice della successione implica l’applicazione della legge italiana a tutta la successione, ivi inclusa la regolamentazione della reintegrazione delle quote di legittima in caso di lesione.

Di conseguenza, un’assicurazione sulla vita – o altro strumento assimilabile – che rientri nel contesto di una successione regolata dal diritto italiano potrebbe essere impugnata nel caso in cui sia lesiva della quota di legittima. Secondo la giurisprudenza più recente, la necessità di tutelare i diritti dei legittimari giustifica l’accesso da parte di questi ai dati del beneficiario della polizza.

 

 


* Questo articolo costituisce aggiornamento di precedente pubblicazione col titolo The strange case of life insurance policies: if the beneficiary’s privacy clashes with heirs’ rights in Internation Bar Association (IBA) Art, Cultural Institutions and Heritage Law Committee Publications.


 

[1] Corte di Cassazione, sentenza n. 7683/2015.

[2] Ibid.

[3] Corte di Cassazione, sentenza n. 3263/2016.

[4] Corte di Cassazione, sentenza n. 17790/2015; Autorità Garante della Privacy, 31 marzo 2003.

 


Foto: Renè Magritte, Les Amants, 1928, wikimedia commons